Di rock e proprietà private

Una canzone di cui ero follemente innamorato nella mia adolescenza, del mai dimenticato Lou Reed, presenta un verso che recita più o meno così: ‘Avrei voluto nascere un migliaio di anni fa / avrei solcato i mari oscuri / a bordo di un maestoso veliero’. Forse il buon vecchio Lou mi ha inconsciamente indotto a scegliere il mestiere di pilota, ma al contempo mi ha fregato, vi spiego il perché.
Le storie dei tempi mitici della mongolfiera sono giunte anche alle mie orecchie.
Raccontavano di imprese di intrepidi esploratori, i primi esseri umani in assoluto a volare. Per questo motivo, per il coraggio dimostrato, acquisivano automaticamente un titolo nobiliare dopo essere atterrati, e anche qualche diritto rispetto al terreno in cui si posavano al termine del volo. Ebbene, come potrete facilmente immaginare, ora non è più così.

Il mio apprendistato al riguardo è stato piuttosto repentino e brutale. Mi ricordo infatti nei panni dell’apprendista pilota, non più giovanissimo (avevo abbondantemente passato i 30) ma comunque pieno di entusiasmo, come un bambino: la vita è bella, la mongolfiera è bella, c’è tutto da scoprire e se sorrido alle persone loro sorrideranno a me! Mai previsione fu più azzeccata.

Un esercizio classico che gli istruttori fanno compiere agli aspiranti piloti è il ‘touch and go’: consiste nell’approcciarsi al terreno fino a toccarlo o a sfiorarlo per poi ripartire istantaneamente, al fine di migliorare le capacità di controllo del mezzo nella fase più delicata, l’atterraggio. Stavamo provando proprio questo in uno dei miei primi voli, quando a circa 50 metri da noi, su un prato al quale mi stavo avvicinando, si palesò un signore di mezz’età seguito dai suoi due cani. Ora, dovete sapere che ai cani le mongolfiere non piacciono proprio, in generale: oltre agli ultrasuoni prodotti dal bruciatore è proprio la loro presenza che li infastidisce.

Negli anni sono arrivato a pensare che sviluppino il loro senso di territorialità anche in verticale: chi siamo noi per entrare nel loro cortile senza che ci abbiano prima annusati, anche se sorvoliamo a centinaia di metri sopra le loro orecchie?

Avrei voluto
nascere un migliaio di anni fa

avrei solcato i mari oscuri

a bordo di un maestoso veliero

Lou Reed

I quadrupedi del simpatico signore non erano certo da meno: abbaiavano come ossessi, correvano qua e là incarogniti e lui aveva grandi difficoltà a mantenerli calmi.
Nonostante ciò lo scrivente era, come detto, pieno di euforia, e quale soddisfazione maggiore si ha se non nel condividerla? Da lontano salutai con grande energia, sventolando il braccio con foga, a partire dall’articolazione della spalla. In tutta risposta ottenni un gesto altrettanto ampio, probabilmente però non dettato dai medesimi sentimenti: il più classico degli ombrelli. Ci allontanammo repentinamente sperando che al cordiale contadino non venisse in mente di metter mano alla doppietta.

La mia immagine idilliaca, la speranza di apparire agli occhi di tutti come un novello Babbo Natale o qualcosa di simile, solo per il fatto che galleggio nei cieli con un palloncino gigantesco riempito di aria calda, nel corso del tempo si è ahimè lentamente sgretolata scontrandosi con la dura realtà dei fatti. La nostra esperienza ci ha portato a riportare, sulle cartine che consultiamo per orientarci, sia gli ostacoli pericolosi quali ad esempio le linee elettriche, sia i terreni di proprietà di contadini poco accomodanti (se questo non fosse un racconto pubblico li avrei apostrofati con altri eufemismi). In questo modo, cercando di atterrare altrove, ci evitiamo inutili e spiacevoli discussioni,
che altrimenti avremmo dovuto affrontare anche nel (molto probabile) caso in cui non avessimo causato nessun danno a coltivazioni, spaventato animali o altro.

Ero quindi accompagnato da questa consapevolezza ormai mutata, scevra di illusioni benevole verso il genere umano – sottospecie proprietari terrieri, quando intrapresi il volo Farigliano- Dogliani di cui sto per raccontarvi. Era una mattinata tranquilla di primavera, il vento rispecchiava pienamente le previsioni, giornata bellissima e brezza leggera.

Poco prima di aver portato a termine l’ora di volo classica, che caratterizza la
durata dei nostri viaggi commerciali, comincio ad esplorare con la vista i dintorni per cercare di capire dove si possa atterrare. Nel frattempo, il vento si calma totalmente proprio quando ci troviamo sulla proiezione verticale di un grosso prato. Dall’alto sembra praticabile, non è coltivato, inoltre intravedo una signora che sta lavorando nella campagna. Mi abbasso a qualche decina di metri dal suolo e provo ad interrogarla:

‘Signora, possiamo atterrare qui?’
‘Sì certo, vado a prepararvi il caffè!’

Lo vedi, Mauro, che alla fine sei pieno di pregiudizi anche tu? Già ti immaginavi una scenata con forconi e minacce, ‘Andate via!’. E invece esistono persone di buon cuore, che ancora riescono a stupirsi grazie alla magia della mongolfiera!

Tutto ciò pensavo tra me e me, mentre eseguivo uno degli atterraggi meno difficoltosi della mia vita. In mancanza di vento, se si sorvola il giusto territorio, diventa tutto più semplice, e il contatto col terreno è quasi impercettibile. Pochi minuti dopo aver toccato terra ed aver inoltrato le ultime comunicazioni a torre di controllo ed equipaggio, la signora ritorna col caffè. Lo aveva preparato per tutti i nostri passeggeri, 4 o 5, e si era presentata in tutta la sua simpatia. Era una donna di mezz’età, molto gioviale e sorridente, con una tuta da lavoro caratteristica: pareva calata completamente nella sua parte, felice della sua vita e quindi ben disposta ad accettare un imprevisto
colorato quale può essere lo stazionamento di una mongolfiera sul proprio terreno.

Era genuinamente curiosa e faceva un sacco di domande. O almeno, io la vedevo così.
Dovete sapere che gli aerostati, in condizioni di calma di vento, diventano dei palloncini giganteschi che uno o due uomini in buona forma possono spostare a loro piacimento. Cerco di passare questo concetto a colei che ci ha accolto con così tanta cortesia.

‘Signora, se vuole spostiamo il pallone:

sul campo di atterraggio dobbiamo poi entrare col mezzo di recupero, quindi se lei ci indica dove metterci ci facciamo trascinare dai nostri aiutanti, così le diamo meno disturbo’

‘No no, qui va benissimo. Porto via le tazzine!’

Nel frattempo tutti avevano finito il caffè, e il nostro equipaggio a terra ci aveva raggiunto col fuoristrada. Informo tutti riguardo alla situazione e li preparo per l’operazione di sgonfiaggio; in buona sostanza, quest’ultima manovra è irreversibile, si stende l’involucro per terra e poi si comincia a raccoglierlo.

Equipaggio in posizione, passeggeri a distanza di sicurezza, è tutto pronto; la signora torna per assistere, sempre armata del suo sorrisone.

‘Signora, glielo chiedo per l’ultima volta

perché poi non possiamo tornare indietro:
stiamo cominciando a sgonfiare, preferisce che ci spostiamo da un’altra parte?’

‘No no, nessun problema, davvero! Tanto il campo non è mio!’

Ecco dove mi hai fregato, amatissimo Lou Reed. Se tu fossi stato il timoniere di un veliero, nei secoli passati, avresti comunque mantenuto la tua aura mitica ai miei occhi; ti avrei immaginato ben saldo al timone anche in mezzo alla peggior tempesta, sguardo fiero e portamento regale. Un perfetto eroe romantico, era questo il mio sogno. Invece mi ritrovo invischiato in situazioni tragicomiche, trattenendo a stento le risa al cospetto dei clienti e cercando di capire se la simpatica contadina mi stia prendendo in giro oppure no, molto più Fantozzi che capitano coraggioso.

D’altronde, di Lou Reed non ce ne sono molti. Me ne farò una ragione

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