Io volo da solo

C’è un momento cruciale nella vita di ogni pilota di mongolfiere. O meglio, voglio sperare ce ne siano molti per ogni pilota sulla faccia della terra e oltre, in quanto ogni volo è un’emozione nuova e sconosciuta. Quella relativa al primo ‘volo solo’, però, fa storia a sé.

L’iter per diventare pilota di palloni è generalmente lungo, e poi per apparire modesti bisogna sempre affermare che non si smette mai di imparare, e blablabla; tutto ciò sarà oggetto di un altro racconto. Per ora vi basti sapere che prima di poter accedere al volo d’esame ogni pilota di aerostati deve aver portato a termine un volo in solitaria; tra le righe, se fate attenzione, si può percepire il sogghigno malefico di chi ha scritto il regolamento e che, se non fosse stato trattenuto dal bon ton, avrebbe voluto aggiungere ‘ e deve essere sopravvissuta/o’.

Il che, detto tra noi, è abbastanza scontato ma non del tutto. Mi spiego meglio: al volo solo si arriva con un’esperienza minima di 16 ore di volo. La mongolfiera è un mezzo sicuro, il golf statisticamente è più pericoloso come sport, eppure 16 ore non sono molte. C’è da aggiungere che non è affatto detto che si possa accedervi col numero minimo di ore, in quanto è necessario l’avallo della scuola di volo alla quale ci si è iscritti. La quale, per ovvie ragioni ma anche per sicurezza, tende a far svolgere più ore dello stretto necessario, esattamente come a scuola guida.

Ma: a scuola guida non esiste la ‘guida sola’. A scuola guida, se l’emozione ti gioca brutti scherzi, puoi sempre accostare e fermarti, oppure piantarti in mezzo alla strada e giustificare il tuo isterismo urlando che ti è appena morto il gatto, il pappagallino o la capra nana, o tutti e tre insieme, vigliacca terra! A scuola di volo, le 16 ore le hai sempre fatte con un pilota istruttore esperto al tuo fianco, e dentro di te sai che se stai combinando qualche fesseria interverrà lui. Non nel volo solo: non hai quattro ruote ben piantate a terra, sei solo in cielo con le tue paure, e non puoi neanche attaccarti alla radio a chiedere consigli di continuo, un po’ per amor proprio e un po’ perché l’esaminatore ti sta ascoltando e c’è il caso che di lì a breve, al volo successivo, viste le premesse decida di bocciarti.

Nel mio caso, complicazione ulteriore: essendomi iscritto ad una scuola svizzera, ma avendo frequentato la succursale piemontese, svolsi tutti i voli di istruzione in terra natia e mi toccarono volo solo ed esame in terra elvetica, in località a me sconosciuta.

Non sono mai stato particolarmente coraggioso in vita mia; prima del decollo dovetti zittire qualche vocetta interiore che sussurrava sarcastica ‘ma chi te l’ha fatto fare? Sei ancora in tempo a rinunciare, potrai giustificare il tuo viaggio in Svizzera centrale col tuo amore smisurato per le mucche’. O meglio: le dovetti tacitare quando scaricai il mio istruttore, dopo un breve atterraggio, per una ripartenza in solitaria dopo un prima parte in tandem, al fine di verificare le condizioni generali.

E’ davvero difficile descrivere quelle emozioni. Dopo aver controllato almeno otto volte che tutte le parti dell’aeromobile fossero in ordine, cominciai a rilassarmi e ad accettare la placidità intrinseca di questo tipo di volo. L’istinto di sopravvivenza, allertato dall’altezza ovviamente, si arrese pur esso alla meraviglia del paesaggio, nella fattispecie quello dei dintorni della Friburgo svizzera. Cominciai a scattare foto e registrare video col cellulare, quando fino a poco prima ero in apnea. Mi sentivo proprio figo: è il mio volo da solo, e invece di essere terrorizzato me la godo alla grande. Il mio braccio destro mi circondava la gola ed elargiva pacche di approvazione virile alla mia spalla sinistra. Sentivo alla radio gli istruttori e l’esaminatore a terra, e mi parevano più in apprensione di quanto non fossi io.

Tutto molto bello. Fantastico anzichenò, euforia ed endorfine. Un volo in mongolfiera è questo, sostanzialmente. Almeno fino a quando non ti tocca di atterrare, e sei l’unico pilota a bordo.

Finché si rimane in quota, il pallone è un grosso e grasso pachiderma erbivoro e pacifico, che sorride a tutti e a cui tutti sorridono. Quando si tratta di tornare a terra, l’aerostato non cambia di una virgola, l’umore del pilota del volo solo sì. Vidi un bosco, e non conoscendone bene l’estensione stabilii che come minimo fosse il gemello elvetico della Foresta Nera. Le amate mucche di cui sopra però mi prestarono soccorso: dopo qualche infinito minuto di sorvolo sugli alberi il paesaggio si aprì ai pascoli, e il mio compito non troppo arduo si limitò all’individuarne uno non occupato da altri mammiferi e possibilmente non circondato da filo elettrificato. Riuscii addirittura a dare indicazioni alla truppa che seguiva a terra riguardo alla strada migliore per raggiungermi.

E atterrai. Senza urti troppo violenti, senza mettere in pericolo anche solo la tranquillità dei ruminanti pezzati che mi seguivano con la coda dell’occhio a debita distanza, ma che continuarono a brucare. Probabilmente tra loro si chiesero perché mai una bestia volante così grande dovesse posarsi proprio nella loro latrina, ma non parvero preoccuparsi più di tanto. Ebbene sì, il campo era parzialmente ricoperto di sterco, del quale nell’eccitazione del volo non mi accorsi, ma che per mia fortuna era secco. Fui quasi felice di venirne a contatto attraverso i guanti, quando si trattò di ritirare l’involucro dell’aeromobile.

Non feci troppo caso lì per lì neanche al commento del mio mentore, che mi confidò che al momento di scendere dalla navicella non era troppo sicuro della sua scelta, date le condizioni di vento non calmissime. La gioia del momento era troppa, anche se l’esame era ancora da superare.

Per la cronaca, anche il giorno successivo andò tutto bene. Bellissimo sorvolo di Friburgo, atterraggio morbido anche in questo caso. Tutti contenti, promozione a pieni voti e addirittura una proposta commerciale da un pilota amatoriale che si complimentò per la mia manovra finale e provò a vendermi un pallone. Questa è un’altra storia ancora, e se farete i bravi/e ve la racconterò in un’altra occasione.

Resterebbero da trascrivere le bestemmie inespresse che avrei voluto rivolgere al mio istruttore al momento della sua confessione, ma temo non sarebbe un finale all’altezza.

Mauro Argiolas
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