Raduno mongolfiere Forlì 2017 4
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Ho preso il virus anch’io. No però, dovete smetterla di pensare per luoghi comuni, leggendo quanto segue.

Non sono stato contagiato dal famigerato coronavirus, bensì da un suo parente più subdolo, anche se meno letale: quello che provoca la malattia dei titolisti. Avete presente quando cominciate a leggere un articolo in quanto l’intestazione vi pare accattivante, ma poi il succo della questione espressa è completamente differente? Perfetto, allora mettete da parte gli istinti pruriginosi e le fantasie alla ‘famolo strano’: per ora non ho nulla da dichiarare riguardo al sesso in mongolfiera, e se anche lo avessi non sono così sicuro di volerlo rivelare a voi, vecchi birbantelli.

Con l’amico Nicola, anni fa, si era deciso di partecipare al festival delle mongolfiere di Forlì. Un festival di mongolfiere è generalmente qualcosa di emozionante. Innanzitutto c’è un sacco di gente, e sono tutti di buon umore. I palloni possiedono questa magia, e vi assicuro che non sfruttiamo trucchi chimici, non bruciamo marijuana bensì propano. Per quanto mi riguarda, è bello rimanere ai margini in borghese e osservare le espressioni di stupore e ammirazione, soprattutto sui volti dei bambini ma non solo. Tutti quanti col naso all’insù, a cercare di raddrizzare quelle cervicali curvate tutta la settimana su una tastiera di un pc, sullo schermo di uno smartphone o nel migliore dei casi sulle pagine di un libro. (Credo ci debba venire riconosciuto anche un valore terapeutico).

E’ emozionante anche in quanto si incontrano personaggi al di fuori della norma, e in queste ore frenetiche si è in qualche modo costretti a passare molto tempo al loro fianco, e ad ascoltare aneddoti incredibili di storie spacciate per vere. Certamente i piloti in questa fauna particolare occupano un posto di rilievo, ma ai miei occhi pare ormai palese che la nostra attività abbia la peculiarità di attrarre personalità eccentriche e a volte funamboliche, in svariati ruoli. Vi prometto che tornerò sull’argomento in altre occasioni.

Nicola ed io all’epoca eravamo piloti pivellini, ma entrambi con un sogno come obbiettivo: diventare prima o poi piloti commerciali. Un pilota commerciale è colui che è abilitato a trasportare persone a pagamento. In buona sostanza, la nostra aspirazione era trasformare la nostra semplice passione in una professione a tutto tondo. Non è un compito semplice, ma neanche impossibile, le difficoltà sono di varia natura. Quella che a noi sembrava la più insormontabile, l’oasi da raggiungere nel miraggio, era legata al limite delle ore.

Ogni pilota commerciale, all’epoca (ora le regole sono leggermente cambiate), prima di poter accedere ad un esame di abilitazione doveva aver svolto almeno 100 ore di volo.

Visto col senno di poi è un numero assolutamente ragionevole, considerata la delicatezza della professione. Allora a noi però sembrava quasi un’imposizione degna del peggior regime dittatoriale, e mordevamo il freno per completarle il prima possibile. E quale occasione migliore se non un raduno? In un evento del genere buona parte delle spese sono coperte, il che è un dato da non trascurare assolutamente quando si parla di mongolfiere. Inoltre, avevamo l’opportunità di conoscere piloti più esperti, ascoltare i loro consigli, e volare insieme a loro senza preoccuparci troppo delle questioni burocratiche che erano già state affrontate dagli organizzatori. Si decolla mattina e sera, che sostanzialmente è il massimo che si possa fare…perfetto per i nostri piani.

Per l’occasione, mi ero fatto imprestare da un caro amico una videocamera a 360°: per chi ne capisce sostanzialmente un doppio fish-eye contrapposto, per chi non ne capisce un piccolo mostriciattolo tecnologico che restituisce foto e video sferici, e che quindi prova a registrare tutto lo spazio possibile, destra e manca, sopra e sotto, seppure deformandolo alle estremità.

Con queste belle premesse e con la sicurezza di un’orografia sostanzialmente piatta in mezzo alla Pianura Padana, quindi congeniale per gli atterraggi anche per piloti poco esperti, il buon Nicola ed io ci stacchiamo da terra la prima mattina, con l’intenzione di filmare dall’inizio alla fine. Videocamera fissata al telaio del bruciatore, poco sopra le nostre teste, e si va.

Tutto perfetto, che ci sarà mai da raccontare? I tarallucci e vino col quale avranno brindato una volta atterrati? Il bello della mongolfiera sta proprio qui: finché si è a terra tutte le variabili sono definite. In volo, no. Non si sa di precisione quanto durerà il volo, e dove si andrà ad atterrare. E’ solo parzialmente governabile, in quanto la direzione la decide il vento, e un pilota può solo scegliere a che altezza dirigerla per cercare le correnti migliori. Soprattutto quando si è piloti giovani, si è sopraffatti dalla bellezza circostante ma persiste un sottofondo di inquietudine, un bordone ronzante che ti sussurra che potevi restare a casa coi piedi al calduccio: sentimenti contrastanti che in altra scala probabilmente sperimentano tutti gli esploratori.

Poco dopo il decollo il vento comincia a rinforzare. Era qualcosa di previsto, anche se come pivelli ci prende un po’ impreparati: avevamo volato sempre e solo nel Cuneese, dove Alpi e Appennini a contorno costituiscono un paravento naturale. E cominciamo a notare anche un’altra cosa: la stragrande maggioranza dei campi sono coltivati. Il che, sommato ai venti veloci, non è una cosa buona: limita di molto le possibilità di atterrare senza fare danni a terra.

Durante i raduni, si stabilisce un’area massima di sorvolo; tecnicamente si chiama Notam, ed è sostanzialmente un cilindro virtuale, di raggio e altezza definiti all’interno dello spazio aereo, nel quale i vari velivoli possono muoversi liberamente ma che non

dovrebbero superare. Nel nostro caso avevamo a disposizione 5 miglia, poco più di 9 km. I venti zigzagavano un poco, ma spingevano intorno ai 20 Km/h.

Con Nicola ci eravamo accordati sul fatto che ci saremmo alternati al pilotaggio, un volo io un volo lui. Quel giorno toccava a me. Nicola, che conosce la matematica, dopo circa mezz’ora di volo mi fa notare che è necessario cercare un atterraggio, in quanto ormai il limite del Notam lo abbiamo superato.

Comincio un sorvolo basso per cercare un luogo che possa accettarci nuovamente, sulla terra. Ricordo chiaramente l’espressione di stupore di un abitante di un paesino abbarbicato su un’altura: col pallone risaliamo la collinetta, nascosti dunque alla vista, e ci portiamo ad altezza lampioni. Arriviamo silenziosi alle spalle del passante e poi devo assolutamente azionare il bruciatore per evitare di dover sostituire le lampadine dell’illuminazione pubblica. Immaginatevi di recarvi a piedi intorno alle 7 di mattina al lavoro, sentite uno strano rumore, vi voltate e poco sopra la vostra testa vedete passare una balena grigia di 4000 metri cubi di volume. Credo che prima di salutarci abbia valutato seriamente di insultarci, a ragione.

Proseguiamo bassi per un po’, non si vede nulla all’orizzonte.

‘Mauro, dobbiamo atterrare.’

‘Lo so Nicola, però dove ca**o atterro? E’ tutto coltivato!’

‘Atterra là!’ – Nicola mi indica un fazzoletto di terra oltre una statale trafficata. Con quelle velocità di vento, è assolutamente insufficiente per permettere alla mongolfiera di fermarsi: non esiste alcun tipo di freno, e l’involucro è una vela poderosa che ti trascina fin quando non si sgonfia del tutto.

‘Nick, lì non ci stiamo!’

‘E’ vero, ma non hai alternative. Te la senti?’

‘Sì’. Maledetto sia l’obbligo morale, per gli umani di sesso maschile, di ostentare virilità. Sarebbe stato bellissimo in quel momento gettarmi per terra, abbracciare le ginocchia di Nicola e con voce piangente implorarlo: ‘No! Fallo tu! Dimmi che andrà tutto bene!’

E invece procedo, e lo faccio anche abbastanza bene. Sorvolo la statale, accompagnato dai clacson, controllo il pallone in discesa col giusto rateo e tocchiamo terra poco prima del triangolo individuato dal mio amico, rovinando un paio di metri di grano. Aziono con tutte le forze la corda che permette lo sgonfiaggio dell’involucro e cominciano 10 /15 secondi lunghi un secolo. La cesta si ribalta di 90°, striscia e prima di perdere velocità e fermarsi attraversiamo tutto il campo prescelto, una piccola salita che lo divideva da una strada bianca, la strada stessa e finalmente ci fermiamo ai piedi di una collinetta ricoperta di piccoli alberi appena piantati. Abbracci e risate con

Nicola, in fondo non abbiamo fatto danni né all’aeromobile, né alle coltivazioni se non in quantità minima. Una signora passa in auto e ci chiede se stiamo bene: data la nostra euforia, presumo abbia pensato che fossimo ubriachi. Ritiriamo tutto, l’equipaggio di terra ci aveva inseguito in modo egregio ed arriva nel giro di pochi minuti. Ci raccontiamo a vicenda l’impresa, con il nostro ego di sbarbatelli in crescita esponenziale.

Solo quando abbiamo un attimo di respiro, prima del pranzo, ci torna in mente la videocamera a 360°.

‘Ehi Nick, non sei curioso di vedere le nostre facce all’atterraggio?’

‘E come no! Il volto del terrore’

Grasse risate. Facile farle coi piedi per terra. Accendiamo la videocamera, cerchiamo un’anteprima e… niente. La maledetta, dopo qualche decina di minuti, aveva deciso di spegnersi, chissà perché. La scena finale del film, quella hot che aspettavamo tutte e tutti, perduta nel tempo, come lacrime nella pioggia: un secondo ciak non è un’ipotesi contemplabile.

Maledetta tecnologia, più è complessa e più è traditrice. Ecco perché ci piacciono tanto gli aeromobili della fine del XVIII secolo!

Mauro Argiolas
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